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Confesercenti lancia l’allarme: a Genova quasi mille imprese del commercio scomparse in sei anni

Dal 2019 al 2025 il capoluogo ha perso 975 imprese al dettaglio, 831 addetti e 1.358 lavoratori autonomi. Nell’intera provincia le attività scomparse salgono a 1.385, quasi la metà del saldo negativo della Liguria. Crescono i dipendenti, ma non abbastanza da compensare il ridimensionamento della rete commerciale

A Genova scompaiono più di tre imprese alla settimana

Quasi mille imprese del commercio al dettaglio cancellate in sei anni nel solo comune di Genova. È il dato dal quale partire per misurare la trasformazione che sta investendo la rete commerciale cittadina. Tra il 2019 e il 2025 le attività registrate sono diminuite da 10.392 a 9.417: una perdita di 975 imprese, pari al 9,4 per cento.

Significa che, mediamente, Genova ha perso più di 162 attività all’anno e oltre tre alla settimana. Dietro il saldo non ci sono necessariamente soltanto chiusure definitive, perché la consistenza complessiva delle imprese è determinata anche da iscrizioni, cancellazioni, cambiamenti societari e trasformazioni di attività. Il risultato finale, però, resta netto: alla fine del periodo la città può contare su quasi mille imprese al dettaglio in meno.

È una contrazione che riguarda la struttura economica, ma anche quella sociale e urbana di Genova. La scomparsa di un’attività di prossimità non coincide soltanto con la perdita di un punto vendita. In molti quartieri un negozio rappresenta un servizio raggiungibile a piedi, un presidio quotidiano e un luogo di relazione, soprattutto per gli anziani e per le persone con minori possibilità di spostamento.

Quando le serrande abbassate si moltiplicano lungo la stessa strada, il problema diventa collettivo. Diminuisce il passaggio pedonale, si riduce l’attrattività dell’area, cresce il numero dei locali vuoti e anche le attività rimaste incontrano maggiori difficoltà. È il meccanismo che Confesercenti definisce “desertificazione commerciale”: una spirale nella quale ogni chiusura può rendere più fragile il contesto circostante e preparare il terreno alla successiva.

Nel territorio genovese perse 1.385 imprese

Il bilancio diventa ancora più pesante allargando l’analisi dal comune capoluogo all’intera provincia di Genova. Nel 2019 risultavano registrate 13.984 imprese del commercio al dettaglio; nel 2025 ne rimanevano 12.599. La diminuzione è di 1.385 unità, corrispondente al 9,9 per cento.

Circa sette imprese perdute su dieci erano localizzate nel comune di Genova. Le 975 attività venute meno nel capoluogo rappresentano infatti poco più del 70 per cento della contrazione rilevata nell’intero territorio provinciale.

Questo non significa che i comuni esterni siano rimasti al riparo dal fenomeno. Al netto del capoluogo, la provincia ha perso altre 410 imprese. Nei centri più piccoli la chiusura di pochi esercizi può avere conseguenze particolarmente rilevanti, perché la rete commerciale di partenza è meno estesa e le alternative possono trovarsi a diversi chilometri di distanza.

Il dato genovese assume un peso ancora maggiore nel confronto regionale. Tra il 2019 e il 2025 in tutta la Liguria sono scomparse 2.952 imprese del commercio al dettaglio. La provincia di Genova, con le sue 1.385 attività in meno, concentra quasi il 47 per cento dell’intera perdita ligure. Il comune capoluogo, da solo, rappresenta circa un terzo della contrazione regionale.

Oltre 208 milioni di ricchezza perduta nella provincia

Confesercenti accompagna i dati sulle imprese con una stima della ricchezza che il territorio avrebbe perduto in seguito alla contrazione della rete commerciale. Per la provincia di Genova il valore indicato è di circa 208 milioni di euro. Nel solo capoluogo la stima raggiunge 146 milioni e 250mila euro.

Il calcolo attribuisce a ogni impresa venuta meno una ricchezza media annuale di 50mila euro e considera un periodo di tre anni. Non si tratta, dunque, della somma dei fatturati effettivamente dichiarati dalle singole aziende cessate, ma di una stima elaborata per rappresentare la capacità economica sottratta al territorio.

In questa valutazione possono rientrare non solo gli acquisti effettuati nei negozi, ma anche un insieme di rapporti economici che ruotano intorno alle attività: forniture, locazioni, manutenzioni, servizi professionali, utenze, imposte e consumi generati dai redditi degli operatori e dei dipendenti.

Su scala ligure, la perdita stimata raggiunge i 442 milioni e 800mila euro. Il dato è stato arrotondato da Confesercenti a 443 milioni. Quasi la metà di questo valore viene ricondotta alle imprese scomparse nella provincia di Genova.

La città resiste meglio della media, ma perde più attività in termini assoluti

La contrazione percentuale registrata a Genova è meno intensa rispetto a quella osservata in molte altre parti del Paese. Nei capoluoghi del Nord-Ovest il numero delle imprese al dettaglio è diminuito complessivamente del 12,3 per cento, mentre la media italiana arriva al 14,3 per cento. Il meno 9,4 per cento di Genova indica quindi una capacità di tenuta relativamente migliore.

Anche il dato provinciale, pari al meno 9,9 per cento, è meno grave rispetto al meno 12,3 per cento del Nord-Ovest e al meno 13,4 per cento nazionale. La distanza dalle medie, tuttavia, non deve nascondere la dimensione assoluta della perdita.

Genova parte infatti da una rete commerciale molto più estesa rispetto a quella delle altre province liguri. Una riduzione percentuale più contenuta produce comunque il numero più elevato di attività scomparse nella regione. La provincia genovese ha perso 1.385 imprese, contro le 618 di Savona, le 534 della Spezia e le 415 di Imperia.

Il capoluogo ha visto diminuire le attività di 975 unità. Nello stesso periodo La Spezia ne ha perse 270, Savona 107 e Imperia 41. Genova regge meglio sul piano percentuale, ma sopporta nettamente il maggiore arretramento in termini numerici.

Non diminuiscono soltanto le imprese: Genova perde 831 addetti

L’analisi di Confesercenti non si limita al numero delle attività. I dati sull’occupazione mostrano che alla contrazione delle imprese corrisponde anche una riduzione degli addetti, ma con una forte differenza tra lavoratori dipendenti e indipendenti.

Nel comune di Genova gli occupati complessivi del commercio al dettaglio sono passati dai 21.187 del 2019 ai 20.356 del 2025. In sei anni sono venuti meno 831 addetti, con una flessione del 3,9 per cento.

Si tratta di una perdita media di circa 139 occupati all’anno. Il dato risulta particolarmente significativo perché, nello stesso periodo, nei capoluoghi italiani gli addetti del settore sono aumentati dell’1 per cento. Nei capoluoghi del Nord-Ovest la crescita è stata ancora più consistente, raggiungendo il 3,4 per cento.

Genova si muove quindi in direzione opposta rispetto ai due principali termini di confronto. La città perde quasi quattro occupati ogni cento, mentre l’insieme dei capoluoghi del Nord-Ovest ne guadagna più di tre.

Il dato non permette di ricostruire i percorsi personali dei singoli lavoratori né di stabilire quante persone abbiano trovato un nuovo impiego in altri settori. Descrive però con precisione il ridimensionamento della forza lavoro direttamente impegnata nel commercio al dettaglio cittadino.

Crescono i dipendenti, crollano gli autonomi

All’interno del saldo negativo genovese si nascondono due tendenze opposte. I lavoratori dipendenti sono aumentati, mentre gli indipendenti sono diminuiti in maniera molto più consistente.

Nel 2019 gli addetti dipendenti del commercio al dettaglio nel comune di Genova erano 11.178. Nel 2025 sono saliti a 11.705, con un incremento di 527 unità e una crescita del 4,7 per cento.

Il lavoro indipendente ha seguito la direzione contraria. Gli autonomi sono passati da 10.009 a 8.651. La città ne ha persi 1.358, pari al 13,6 per cento.

La crescita di 527 dipendenti è stata quindi più che annullata dalla perdita di 1.358 indipendenti. Per ogni cento lavoratori subordinati aggiunti nel periodo, sono venuti meno circa 258 autonomi. Il risultato finale è il calo complessivo di 831 addetti.

Nel 2019 i dipendenti rappresentavano il 52,8 per cento dell’occupazione commerciale genovese, mentre gli indipendenti erano il 47,2 per cento. Sei anni più tardi il peso dei dipendenti è salito al 57,5 per cento e quello degli autonomi è sceso al 42,5 per cento.

In appena sei anni si è quindi allargata sensibilmente la distanza tra le due componenti. Il commercio genovese non sta soltanto perdendo attività e occupati: sta cambiando il proprio modello organizzativo.

Un commercio più concentrato e meno indipendente

Secondo la lettura proposta da Confesercenti, la crescita dei dipendenti accompagnata dal crollo degli autonomi segnala una progressiva concentrazione dell’occupazione all’interno di imprese maggiormente strutturate, gruppi organizzati e catene commerciali.

La riduzione delle imprese e l’aumento del personale subordinato possono infatti convivere quando le attività rimaste hanno, mediamente, dimensioni superiori oppure quando una quota più ampia delle vendite passa attraverso aziende capaci di impiegare diversi lavoratori.

Nel 2019 ogni impresa al dettaglio registrata nel comune di Genova corrispondeva mediamente a poco più di due addetti. Nel 2025 il rapporto è salito a circa 2,2. Non significa che ogni negozio abbia assunto personale, perché il dato comprende realtà molto differenti tra loro, ma indica che l’occupazione tende a concentrarsi in un numero minore di imprese.

Il punto critico è che questa trasformazione non produce una crescita del lavoro complessivo. Il rafforzamento della componente dipendente non riesce a recuperare la perdita di autonomi. Il commercio risulta contemporaneamente meno frammentato, meno indipendente e meno capace di generare occupazione.

A ridursi è soprattutto il numero di persone che lavorano nella propria attività come titolari, soci o collaboratori indipendenti. È una fascia che comprende una parte rilevante del commercio tradizionale e di vicinato, nel quale il proprietario è spesso direttamente impegnato dietro il banco e nella gestione quotidiana.

In provincia il commercio perde 1.282 lavoratori

Nell’intera provincia di Genova gli addetti del commercio al dettaglio sono passati da 28.736 a 27.454. La perdita è di 1.282 occupati, con una diminuzione del 4,5 per cento.

Anche a livello provinciale aumentano i dipendenti e diminuiscono gli indipendenti. I primi salgono da 14.588 a 15.377, facendo registrare 789 unità in più e una crescita del 5,4 per cento. I secondi scendono da 14.148 a 12.077: la perdita è di 2.071 lavoratori, pari al 14,6 per cento.

Circa due terzi della contrazione occupazionale della provincia si concentra nel comune capoluogo. Genova città perde 831 addetti sui 1.282 venuti meno nell’intero territorio.

Il confronto nazionale resta sfavorevole. Nell’insieme delle province italiane il totale degli addetti è diminuito appena dello 0,4 per cento e nel Nord-Ovest dello 0,6 per cento. Il calo del 4,5 per cento registrato dalla provincia di Genova risulta quindi più di sette volte superiore a quello dell’area nordoccidentale.

Anche l’aumento dei dipendenti genovesi appare meno intenso rispetto alla media. La crescita provinciale del 5,4 per cento è poco più della metà del 10,2 per cento rilevato a livello nazionale e resta al di sotto del 7,1 per cento del Nord-Ovest.

Il crollo del lavoro indipendente, invece, si avvicina maggiormente alle tendenze generali. La provincia di Genova perde il 14,6 per cento degli autonomi, contro il 15,7 per cento del Nord-Ovest e il 17,7 per cento dell’Italia. È dunque sul versante della crescita del lavoro dipendente che il territorio genovese mostra la maggiore distanza.

Genova concentra quasi la metà delle perdite liguri

Il peso del territorio genovese diventa evidente collocando i dati all’interno del quadro regionale. In Liguria gli addetti complessivi del commercio al dettaglio sono diminuiti da 54.868 a 51.885. La regione ha perso 2.983 occupati, pari al 5,4 per cento.

La provincia di Genova concentra il 43 per cento di questa contrazione: 1.282 addetti in meno su un totale regionale di 2.983. Nel solo comune capoluogo la perdita di 831 lavoratori corrisponde a quasi il 28 per cento del saldo negativo della Liguria.

Anche a livello regionale crescono i dipendenti, che passano da 28.440 a 29.838. L’incremento è di 1.398 unità, pari al 4,9 per cento. Gli indipendenti diminuiscono invece da 26.428 a 22.047: in sei anni ne sono venuti meno 4.381, con una flessione del 16,6 per cento.

La Liguria perde dunque più di tre lavoratori autonomi per ogni nuovo dipendente. L’aumento dell’occupazione subordinata copre meno di un terzo del crollo registrato dalla componente indipendente.

La provincia genovese rappresenta oltre il 47 per cento dei lavoratori autonomi perduti nella regione. Dei 4.381 indipendenti scomparsi dal commercio ligure, 2.071 erano registrati nel territorio genovese.

Nei quattro capoluoghi liguri gli addetti diminuiscono ovunque

Considerando insieme Genova, Imperia, Savona e La Spezia, gli addetti del commercio al dettaglio sono passati da 30.145 a 28.709. I quattro capoluoghi hanno perso complessivamente 1.436 lavoratori, con una flessione del 4,8 per cento.

Anche in questo caso l’aumento dei dipendenti non è sufficiente. Il personale subordinato cresce da 16.878 a 17.401, con 523 unità in più, mentre gli indipendenti diminuiscono da 13.267 a 11.308. Il saldo è di 1.959 autonomi in meno, pari al 14,8 per cento.

Tutti i capoluoghi liguri chiudono il periodo con un segno negativo sul totale degli addetti. La Spezia registra la caduta più forte, pari al 12,5 per cento. Seguono Imperia con il 5,4 per cento, Genova con il 3,9 per cento e Savona con il 3,7 per cento.

Il fatto che nessuno dei quattro capoluoghi riesca a mantenere o ad aumentare il numero complessivo degli occupati distingue nettamente la Liguria dal quadro nazionale, dove il totale cresce dell’1 per cento, e dal Nord-Ovest, dove l’incremento raggiunge il 3,4 per cento.

La Spezia registra la contrazione più pesante delle imprese

Sul piano regionale è La Spezia a mostrare il calo percentuale più grave delle imprese. Nell’intera provincia le attività sono passate da 3.260 a 2.726: 534 imprese in meno e una diminuzione del 16,4 per cento. Nel capoluogo la flessione raggiunge il 16,9 per cento, con il passaggio da 1.599 a 1.329 attività.

La provincia spezzina perde anche 603 addetti complessivi, passando da 6.259 a 5.656. Il calo è del 9,6 per cento. I dipendenti aumentano da 2.872 a 2.982, ma gli indipendenti scendono da 3.387 a 2.674, con 713 lavoratori in meno e una contrazione del 21,1 per cento, la peggiore della Liguria.

Savona ha perso 618 imprese nell’intera provincia, passando da 4.177 a 3.559, con una diminuzione del 14,8 per cento. Nel capoluogo le attività sono scese da 859 a 752: 107 imprese in meno e una flessione del 12,5 per cento.

Anche l’occupazione savonese risulta in forte difficoltà. Gli addetti provinciali sono diminuiti da 11.759 a 10.749, con 1.010 lavoratori in meno e una riduzione dell’8,6 per cento. Savona è inoltre l’unica provincia ligure nella quale calano anche i dipendenti, passati da 6.893 a 6.840. Gli indipendenti sono diminuiti da 4.866 a 3.909, perdendo 957 unità e il 19,7 per cento.

Imperia presenta una maggiore tenuta nel capoluogo, dove le imprese sono scese da 638 a 597. La perdita è di 41 unità e il calo del 6,4 per cento è il più contenuto tra le quattro città liguri. Nel territorio provinciale, però, la contrazione è più marcata: le imprese passano da 3.690 a 3.275, con 415 attività in meno e una flessione dell’11,2 per cento.

La provincia di Imperia è l’unica a limitare fortemente la perdita occupazionale complessiva. Gli addetti diminuiscono da 8.114 a 8.026, con appena 88 unità in meno e una flessione dell’1,1 per cento. Il risultato è sostenuto dall’aumento del 13,5 per cento dei dipendenti, cresciuti da 4.087 a 4.639. Gli autonomi scendono invece da 4.027 a 3.387, con 640 unità in meno e un calo del 15,9 per cento.

In Liguria scomparse 2.952 imprese e 4.381 attività autonome

Nel complesso, le imprese del commercio al dettaglio registrate in Liguria sono passate da 25.111 nel 2019 a 22.159 nel 2025. La regione ha perso 2.952 attività, pari all’11,8 per cento.

La contrazione ligure è leggermente meno intensa rispetto al dato nazionale, ma rimane superiore a quella del Nord-Ovest. In Italia le imprese sono diminuite da 833.856 a 722.401, con 111.455 unità in meno e un calo del 13,4 per cento. Nel Nord-Ovest sono scese da 173.083 a 151.826, perdendo 21.257 attività, pari al 12,3 per cento.

La relativa tenuta delle imprese liguri non trova però conferma nei dati occupazionali. La regione perde il 5,4 per cento degli addetti, a fronte dello 0,4 per cento nazionale e dello 0,6 per cento del Nord-Ovest. La Liguria riesce dunque a contenere maggiormente il calo del numero delle imprese, ma registra una diminuzione dei lavoratori molto più consistente.

Questo scarto suggerisce che le attività rimaste operino con un numero complessivo di addetti più basso oppure che la trasformazione verso un commercio più strutturato non abbia raggiunto in Liguria la stessa intensità occupazionale osservata in altre aree.

La desertificazione non riguarda soltanto i centri storici

Il termine “desertificazione commerciale” richiama spesso l’immagine dei locali vuoti nei centri storici, ma a Genova il fenomeno assume caratteristiche più ampie. La particolare conformazione della città, sviluppata lungo la costa e nelle vallate, rende il commercio di prossimità essenziale anche nei quartieri periferici e collinari.

In un territorio stretto, allungato e caratterizzato da forti dislivelli, la distanza da un negozio non può essere misurata soltanto in chilometri. Una salita, una scalinata o la necessità di utilizzare più mezzi pubblici possono rendere difficile raggiungere anche un’attività apparentemente vicina.

La perdita di negozi alimentari, farmacie, esercizi specializzati e servizi rivolti alla persona può quindi accentuare l’isolamento delle fasce più fragili. L’effetto si somma all’invecchiamento della popolazione e alla presenza di numerosi nuclei composti da una sola persona.

Nei quartieri nei quali le attività diminuiscono, anche la qualità dello spazio urbano rischia di peggiorare. Le vetrine spente riducono l’illuminazione e il controllo sociale spontaneo delle strade. I locali inutilizzati possono rimanere vuoti a lungo, soprattutto quando i canoni richiesti non sono compatibili con la redditività delle nuove imprese.

La desertificazione commerciale finisce così per intrecciarsi con la sicurezza percepita, la manutenzione, la mobilità e la capacità dei quartieri di attrarre nuovi residenti. Per questa ragione Confesercenti sostiene che le misure di sostegno non possano limitarsi agli incentivi destinati alle singole imprese, ma debbano essere inserite in una più ampia strategia di rigenerazione urbana.

Il peso della concorrenza digitale e della grande distribuzione

Secondo Confesercenti, una delle principali difficoltà per il commercio di vicinato è rappresentata dalla disparità competitiva rispetto alle piattaforme di vendita online e alle imprese della grande distribuzione.

I negozi tradizionali devono sostenere costi fissi legati ai locali, alle utenze, al personale e alla gestione quotidiana. Allo stesso tempo affrontano la concorrenza di operatori capaci di praticare prezzi più bassi, investire maggiormente nella pubblicità e servire un mercato molto più ampio.

A queste difficoltà si aggiungono il cambiamento delle abitudini di acquisto, la riduzione del potere d’acquisto delle famiglie e l’aumento dei costi di gestione. La crescita delle vendite online non elimina necessariamente il commercio fisico, ma obbliga le attività più piccole a ripensare assortimento, servizi e rapporto con i clienti.

Non tutte le imprese hanno però le risorse necessarie per investire nella digitalizzazione, nella consegna a domicilio o nel rinnovamento dei locali. Il rischio è che la trasformazione favorisca le aziende già strutturate e acceleri l’uscita dal mercato degli operatori indipendenti, proprio come sembra indicare il crollo degli autonomi registrato dai dati.

Confesercenti porta in piazza “i conti” della crisi

Per richiamare l’attenzione sul fenomeno, Confesercenti ha organizzato il 9 e il 10 settembre l’iniziativa nazionale “Confesercenti presenta i conti: la contabilità territoriale del processo di desertificazione”. La mobilitazione prevede attività di informazione e raccolta firme in diverse città italiane.

L’associazione ha depositato alla Corte di Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”. Perché il progetto possa essere sottoposto al Parlamento è necessario raccogliere almeno 50mila sottoscrizioni.

La proposta prevede la creazione di zone economiche speciali di prossimità, nelle quali introdurre agevolazioni fiscali, semplificazioni e strumenti di sostegno alle attività di vicinato. Il progetto contempla anche un fondo dedicato al finanziamento degli interventi e un osservatorio nazionale incaricato di seguire l’evoluzione del fenomeno e valutare l’efficacia delle misure adottate.

L’obiettivo dichiarato è intervenire non soltanto sulle singole imprese, ma sull’insieme dei territori colpiti dalla progressiva perdita di negozi e servizi. Le agevolazioni dovrebbero essere indirizzate soprattutto alle aree nelle quali la rarefazione commerciale ha raggiunto livelli tali da compromettere la vivibilità dei quartieri.

Spigno: «Non ci rassegniamo a scomparire»

«I dati sono chiari e impietosi», afferma il presidente di Confesercenti Genova Massimiliano Spigno, secondo il quale il commercio al dettaglio sta attraversando una crisi che non può essere affrontata con provvedimenti occasionali.

Confesercenti chiede interventi strutturali per ridurre la distanza competitiva tra le piccole attività, la grande distribuzione e il commercio online. «Non chiediamo trattamenti di favore, bensì il ripristino di una situazione di equilibrio», sottolinea Massimiliano Spigno, aggiungendo che gli operatori non intendono rassegnarsi alla progressiva scomparsa del settore.

L’associazione punta ora a trasformare la raccolta delle firme in una mobilitazione pubblica. La richiesta rivolta ai cittadini è di sostenere una proposta che, nelle intenzioni dei promotori, non tutela soltanto gli esercenti, ma il sistema di servizi e relazioni costruito intorno alle attività di prossimità.

La vera domanda è quale commercio resterà a Genova

I dati dal 2019 al 2025 non descrivono soltanto una fase negativa del commercio genovese. Mostrano un cambiamento strutturale che potrebbe diventare permanente.

Nel comune sono scomparse 975 imprese, gli addetti complessivi sono diminuiti di 831 unità e gli autonomi si sono ridotti di 1.358. Nell’intera provincia le attività perdute salgono a 1.385, gli occupati in meno sono 1.282 e i lavoratori indipendenti scomparsi raggiungono quota 2.071.

Contemporaneamente, aumentano i dipendenti: 527 in più nel capoluogo e 789 nell’intera provincia. La crescita dimostra che il commercio non sta semplicemente arretrando, ma si sta riorganizzando intorno a un numero più ristretto di imprese. Questa trasformazione, però, lascia comunque sul terreno un saldo occupazionale negativo.

Genova conserva una capacità di resistenza superiore alla media nazionale per quanto riguarda il numero delle attività, ma non riesce a difendere con la stessa efficacia il lavoro. È questa la contraddizione più rilevante emersa dalle elaborazioni di Confesercenti: la rete commerciale si riduce meno velocemente rispetto ad altre aree, mentre l’occupazione arretra molto più della media.

Il futuro dipenderà anche dalla capacità di distinguere le attività che possono essere rilanciate da quelle collocate in contesti ormai troppo indeboliti. Incentivi fiscali, affitti sostenibili, riuso dei locali vuoti, servizi condivisi, accessibilità, trasporto pubblico e qualità dello spazio urbano sono parti dello stesso problema.

Il commercio di prossimità non può essere conservato semplicemente chiedendo ai cittadini di preferire i negozi del quartiere. Per farlo sopravvivere occorre creare condizioni nelle quali aprire e mantenere un’attività sia ancora economicamente possibile.

La posta in gioco supera quindi il destino delle singole imprese. Riguarda il modello urbano di Genova e della Liguria: città e paesi nei quali i servizi essenziali restano distribuiti sul territorio oppure luoghi nei quali acquistare anche i beni più comuni richiede spostamenti sempre più lunghi. I numeri presentati da Confesercenti indicano che questa scelta non appartiene più al futuro. È già cominciata.


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